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mercoledì 30 novembre 2011

Tutto l'amore del mondo


Matteo Marini è un trentenne impiegato presso la Magic Planet Book, per cui redige pagine sugli antichi pecorini del Molise e altre delizie nazionali. Deciso a cancellare il debito della madre e un padre che ha dimenticato di crescerlo per girare il mondo, Matteo accetta di scrivere una guida sui luoghi romantici del Vecchio Continente. Scostante in amore e poco avvezzo ai sentimenti, si accompagna in giro per l'Europa con un fotografo cialtrone che ha allargato la compagnia a Valentina, ragazza intraprendente conosciuta in rete, e ad Anna, laureata da un giorno e prossima al matrimonio. Viaggiatore per lavoro e innamorato per caso, Matteo capitolerà sotto i dardi romantici di Anna, correggendone il destino e costruendo un'inedita geografia del cuore.
Trasposizione di “InterRail”, pièce teatrale di Massimiliano Bruno, Tutto l'amore del mondo è una commedia sull'innamorarsi, dove tutto va come dovrebbe andare o come canone romantico vorrebbe. Per Matteo, Anna, Ruben e Valentina, innocuo quartetto in viaggio per l'Europa e dentro un racconto di formazione lezioso, il rischio fatale è l'amore, corteggiato “prima dell'alba” e consumato “dopo il tramonto”. Acquistato un biglietto di corsa semplice e lanciata lungo i binari e dentro le capitali dei paesi comunitari, la commedia romantica dell'esordiente Riccardo Grandi arranca dietro all'inesorabile e fisiologico soddisfacimento delle previsioni: l'instaurarsi di una relazione al tempo stesso attrattiva e repulsiva, il prevalere dell'attrazione sulla repulsione, il colpo di coda con rigurgiti di cariche repulsive (i nobili sentimenti degli amanti si corrompono nel confronto con le asprezze della realtà: un padre avido per Anna, un padre negligente per Matteo), fino all'assestamento finale e la neutralizzazione degli elementi esecrabili.
Le decifrabili logiche del cuore provvederanno a innamorare infine i protagonisti, facendo tabula rasa delle rispettive convinzioni e spingendoli verso l'altare. Incerta di tono e debole di stile, Tutto l'amore del mondo adotta la formula del road movie intraprendendo un viaggio sentimentale da cui si riemerge segnati e modificati. Formatosi come regista di pubblicità e di video musicali, Riccardo Grandi non si lascia però condizionare dai suoi trascorsi se non per una certa labilità nella struttura unitaria del film, che si presenta come un insieme di scene risolte in sé. Questa intenzione ben asseconda la sceneggiatura che prevede un percorso a tappe, ognuna delle quali è carica di avvenimenti che si sommeranno e completeranno nell'epilogo risolutivo, dislocando il desiderio del quartetto adulto rispetto ai loro sogni di bambini.
Ricalcando Closer, la commedia interpretata e prodotta da Nicolas Vaporidis chiude sull'elegante snellezza di Ana Morariu mentre avanza ondeggiando lieve e sorride a un'altra vita e a un attore che non ha mai trovato la magia e la capacità di essere creduto prima che ammirato.


Fonte: http://www.mymovies.it/film/2010/tuttolamoredelmondo/

Link: Part 1
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martedì 22 novembre 2011

Captain America: Il primo vendicatore

Il giovane Steve Rogers farebbe di tutto per arruolarsi: scioccato da ciò che i nazisti stanno facendo in Europa, non sopporta di starsene con le mani in mano. La sua costituzione fragile, l’asma, l’altezza tutt’altro che idonea, però, fanno sì che venga rispedito al mittente ad ogni tentativo. Finché un giorno, un uomo di stato, il dottor Abraham Erskine, s’interessa a lui e gli propone di sottoporsi alla sperimentazione di un siero che ne farà il primo super soldato dell’esercito a stelle e strisce. Rogers, dunque, subisce una straordinaria trasformazione, ma sarà solo dopo un passaggio per le fila dello show-business (e cioè solo dopo aver indossato una calzamaglia) a divenire davvero Captain America. Il protagonista aveva un appuntamento -lo ricorda spesso il testo del film-, ma è in ritardo. Tanti altri supereroi, tutti più giovani anagraficamente, hanno occupato preventivamente i nostri spazi di capienza e non è peccato ammettere che si fa leggermente fatica a fare posto anche a lui. Occorre però aggiungere, immediatamente, che quel posto Captain America se lo guadagna, con un’entrata in scena scoppiettante. Sulla lunga distanza (124 minuti) ha poi un declino, d’altronde non vola e probabilmente in termini di sceneggiatura gli è stato chiesto troppo, ma la prima parte del suo “biopic” ha un carattere cinematografico notevole. Mentre scorrono sullo schermo le immagini degli anni ’40, con i ragazzi in uniforme al luna park, scorrono parallele nella mente quelle dei film americani che hanno raccontato quegli anni ben prima di Johnston, la propaganda cartacea e radiofonica, i cinegiornali: l’approdo al fumetto è sottile e obbligato. L’icona dello zio Sam, con quel dito puntato che diviene poi il dito di Stanley Tucci e trasforma uno scarto in un leader, come in un Giudizio Universale pop art collega con grande efficacia ed immediatezza visiva lo spirito degli Stati Uniti con il piccolo eroe di un film, chiudendo un cerchio immaginario ma assai reale. Captain America non ha superpoteri (ha una super arma, lo scudo) ma non è certo un personaggio che va per il sottile: Super buono –perché il siero esaspera il carattere di partenza e Steve Rogers è un bravo ragazzo- è nato per combattere il Male estremo, e cioè la follia nazista, con la stessa logica ma ribaltata di segno (la perfezione fisica scientificamente acquisita, l’ideale superomistico). La bellezza del film di Joe Johnston è quella, in questo contesto tutto di maiuscole, di non perdere mai di vista il ragazzino del prologo: sotto i muscoli di Chris Evans, già torcia umana, il film ritrova sempre l’ingenuità, il senso di smarrimento e il coraggio testardo del personaggio delle origini, persino potenziate. Il resto è noia. Fatta eccezione, in alcune scene, per il duo di cattivoni da cartoon formato da Hugo Weaving e Toby Jones, e soprattutto per Tommy Lee Jones, folgorante scettico, vero macho del film.


Fonte: http://www.mymovies.it/film/2011/captainamericathefirstavenger/
Link: Part 1
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lunedì 21 novembre 2011

This is England

Inghilterra 1983. Shaun è un dodicenne spesso irriso dai compagni di classe. Al momento delle vacanze estive il ragazzino entra a far parte di un gruppo di skinhead, che lo prendono sotto la loro ala protettiva. In questo paesino della provincia inglese Shaun crescerà con i nuovi amici, tra Dr. Martens e contraddizioni, in un periodo difficile per la nazione coinvolta nella guerra delle Falkland. Lo sguardo autobiografico del regista Shane Meadows sull'Inghilterra di inizio anni '80 è dolce e amaro. Traspare l'amore per la propria terra, manifestato con le musiche coinvolgenti dell'epoca e i tipici luoghi comuni della gioventù britannica, e si percepisce una forte critica a un paese che lo delude, perchè si cresce e si diventa adulti senza grosse prospettive. Shaun, interpretato dal bravissimo Turgoose, conosce già il dolore, toccato con la morte del padre nel conflitto con l'Argentina, i suoi occhi, tuttavia, comunicano speranza, vitalità, tipici di un'esistenza appena iniziata. Nel suo gruppo, vestito con la "divisa" (Dr. Martens, camicia a quadri, bretelle e testa rasata) convivono inizialmente giovani con la necessità di ideali, che compiono ragazzate e che si divertono come molti coetanei. È l'arrivo dell'elemento disturbante Combo (Stephen Graham) a innescare la bomba a orologeria, e una spirale razzista e violenta. Il tic-tac del timer che conduce all'esplosione finale, è il rapido percorso di crescita del piccolo Shaun che, in seguito all'atto scellerato di Combo (che impersona il fascino del Male), compie il suo primo atto di volontà, di fronte all'immensa distesa di acqua salata.


Fonte: http://www.mymovies.it/film/2006/thisisengland/
Link: Part 1
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London Boulevard

Mitchell è appena uscito di prigione dove ha scontato tre anni per aggressione aggravata. Non ha alcuna intenzione di tornarci ma i suoi ex compagni del mondo del crimine fanno di tutto perché riprenda le vecchie imprese. C’è però un’occasione che potrebbe tenerlo lontano dai guai. Riceve infatti l’incarico di proteggere una giovane attrice, Charlotte, che, al top del successo e con un marito tanto ricco quanto distante, ha deciso di lasciare il mondo del cinema. I paparazzi stazionano in massa dinanzi alla sua porta così come un boss del crimine, Gant, e i suoi accoliti assediano Mitchell. William Monahan, vincitore di un Oscar per la sceneggiatura di The Departed scrive e dirige un film che riassume i pregi e i difetti dell’opera prima di uno sceneggiatore di qualità. Si sente cioè nella sua scrittura il bisogno (quasi l’impellente necessità) di riferimenti ‘alti’. A partire dal titolo che esplicitamente ci rimanda a quel Sunset Boulevard (per noi italiani Viale del tramonto) di cui ricalca in parte il plot di base e proseguendo con una citazione da Rilke dal sapore quasi godardiano. Monahan però non vuole girare un film d’essai anche se ha la consapevolezza di avere a disposizione un attore come Colin Farrell capace quando vuole (e ce lo ha dimostrato ad esempio in In Bruges) di trasformare con uno sguardo in tralice un crime movie in un percorso esistenziale più complesso di quanto la stessa sceneggiatura non preveda. Perché lo script di Monahan ripropone tipologie narrative già viste ma lo fa immergendole in un clima di ineluttabilità dettata da un fato che ne trasforma il segno sullo sfondo di una Londra fotografata in modo originale. Nel boss abusato e spietato sottolineato dall’invadente fisicità di Ray Winstone o nell’ex attore che ritrova un proprio ruolo nel momento in cui impugna una pistola, affidato alla rabbia implosa di David Thewlis, sa di trovare i propri punti di forza. Così come è consapevole (e lo è anche l’attrice) del ruolo affidato a Keira Knightley. Su questa sorta di vampira nevrotica che si rinchiude nella penombra di una casa per sfuggire alla luce dei flash dei fotografi il film sembra inizialmente voler costruire buona parte delle proprie chance. Progressivamente invece il personaggio si riduce a quello che la stessa Charlotte affermerà in relazione alla presenza delle attrici in un film: far risaltare le doti del protagonista maschile. Sarà Farrell a dominare la scena in un ruolo distante anni luce dall’Alexander di stoniana memoria e forse proprio per questo tra i più riusciti.


Fonte: http://www.mymovies.it/film/2010/londonboulevard/
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mercoledì 16 novembre 2011

In viaggio con una rockstar

Aaron Green è un impiegato della M&A Records il cui Chief Executive Sergio Roma cerca un evento che faccia rumore nel mondo della musica. Aaron suggerisce che, trattandosi del decimo anniversario di un album che fece scandalo si potrebbe andare a cercarne l'autore e realizzare un concerto. Si tratta di Aldous Snow, rockstar trasgressiva di cui Roma si fida poco ma decide comunque di tentare. Chi dovrà andarlo a prendere a Londra e portarlo prima a New York per un'apparizione tv e poi al Greek Theatre a Los Angeles sarà Aaron. Con pochissimo tempo a disposizione e con un soggetto molto, molto difficile da gestire. Nicholas Stoller deve avere fatto una scommessa con se stesso: riuscire a far sì che Russell Brand (che aveva già avuto come coprotagonista molto più contenuto in Non mi scaricare, film che qui omaggia con una clip, ovviamente riferendosi al titolo originale che è Forgetting Sarah Marshall) recitasse se stesso senza inibizione alcuna. Perché se si va a leggere la biografia dell'attore ci si accorge che tra lui e Aldous Snow ci sono molti meno dei classici sei gradi di separazione. Brand si è messo a totale disposizione realizzando al contempo un ritratto ironico ma anche realistico delle sregolatezze di una rockstar. Stoller (che ha Apatow come produttore) sa però bene che sopra le righe bisogna saperci andare e per farlo (spingendo anche in più di un'occasione sul pedale della volgarità) si ha bisogno di un contrappeso in grado di affrontare le situazioni più scabrose con il massimo della leggerezza. Lo trova in Jonah Hill che, ancora una volta, dimostra come si possa recitare il ruolo della ‘vittima' senza sfociare inevitabilmente nel grottesco. Aaron ha avuto l'idea giusta con il boss sbagliato che ora pretende da lui l'impossibile (sottolineato da un counter a tutto schermo che ogni tanto ci ricorda il tempo a disposizione come nel più classico dei thriller). Dovrà infilarsi in una kermesse che rischierà di fargli perdere anche l'affetto della sua compagna. Tutto ciò però per conseguire un risultato che non sarà solo esteriore. Perché aiutare indirettamente qualcuno ad avvertire ciò che cova sotto la cenere dell'esibizionismo può essere una buona azione. Jonah/Aaron con Brand/Aldous questa buona azione la porta a termine. Riuscendo anche a divertire.


Fonte: http://www.mymovies.it/film/2010/inviaggioconunarockstar/
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giovedì 3 novembre 2011

Inside Job


E' stato come per le volpi avere l’accesso all’interno del pollaio”, dice uno degli intervistati descrivendo l’operato degli executives delle società finanziarie dopo la deregulation iniziata da Reagan. È un resoconto, spietato, di quanta avidità e mancanza di scrupoli ci siano dietro la crisi finanziaria che ha provocato, a partire dal 2008, la perdita di milioni di posti di lavoro. Una ricostruzione, sconcertante, dei rapporti tra strutture finanziarie e membri dell’esecutivo, delle dannose conseguenze dei conflitti di interesse - ci ricorda qualcosa? - nei rapporti tra mercato e governo. Uno dei maggiori successi dell’anno nel campo del cinema della realtà sbarca a Roma con tutta la sua energia disintossicante. Imperdibile.




Fonte: http://www.mymovies.it/film/2010/insidejob/


Link: http://www.fileserve.com/file/bhff5td

L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri


Manny e Ellie stanno per avere un bambino e la novità sembra sconvolgere qualche equilibrio. Diego sente di non avere più lo smalto di una volta mentre Sid desidera sperimentare la "maternità" a tutti i costi, anche se si tratta di dover badare a tre cuccioli di dinosauro nati da uova trovate per caso. Una nuova avventura al salvataggio proprio di Sid e l'incontro con un nuovo personaggio (Buck) serviranno a riunire il branco.
Arrivato al terzo episodio il franchise della Blue Sky non perde troppi colpi, almeno rispetto al primo sequel, ma si trasforma da film ad episodio televisivo allungato. La trilogia che ha dato vita (e denaro) ad un nuovo studio di animazione in CG si è trasformata in una serie, dove ad ogni nuova puntata il cambio di ambientazione (e magari l'inserimento di nuovi personaggi) servono a dare nuovo interesse. Anche gli intermezzi slapstick di Scrat, affiancato ora da Scrattina, non mutano in nulla e rimangono un piacere viscerale da somministrare ogni qualvolta la trama principale comincia ad appiattirsi.
La necessaria novità di questo terzo film è anche la cosa migliore. Il personaggio di Buck (in originale doppiato da Simon Pegg), un furetto rimasto per troppo tempo in una zona incontaminata a contatto con i dinosauri e ormai totalmente impazzito come un reduce di guerra, è un vero e proprio portatore di caos e sebbene non costituisca nulla di rivoluzionario è capace di regalare momenti imprevedibilmente divertenti.
Condito di alcuni riferimenti alti (palese quale sia l'ispirazione del rapporto ossessivo di Buck con il gigantesco dinosauro bianco che gli ha cavato un occhio) il film affronta più in generale il tema della maternità e dell'inizio di una nuova tipologia di vita, adattandolo con diverse sfumature ad ogni personaggio. Ma si tratta solo di un messaggio per acquietare i genitori che accompagnano o i soloni ancora convinti che il pubblico dei ragazzi in un film del genere badi a questo genere di sottotesti.
Totalmente superfluo l'utilizzo del 3D.




Fonte: http://www.mymovies.it/film/2009/eraglaciale3/


Link: http://www.fileserve.com/file/Wz2uH9P

Limitless


EEddie Morra è uno scrittore in crisi depressiva, incapace di cominciare il primo romanzo che gli è stato commissionato. Per questa sua tendenza all'autocommiserazione e al boicottaggio autoindotto, la fidanzata decide di lasciarlo. Lo stesso giorno incontra per caso Vernon, il fratello della donna con cui è stato sposato per poco tempo molti anni prima. Per placare i suoi tormenti, Vernon, che è un ex-spacciatore, gli offre un farmaco in via di licenza in grado di aumentare le capacità dei recettori neuronali ed attivare tutte le aree del cervello. Il farmaco ha subito un effetto incredibile su Eddie, facendogli non solo recuperare l'autostima perduta ma anche tutti i ricordi più distanti e reconditi. Quando l'effetto svanisce, decide di tornare subito da Vernon per farsi dare altre pillole, ma una volta raggiunto il suo appartamento, trova l'ex-cognato morto sul divano, ucciso da qualcuno interessato allo stesso farmaco.
Il cervello del cinema e quello del suo spettatore non funzionano in modo troppo dissimile. Oltre al fatto che molte delle tecniche utilizzate dai film (ad esempio, il primo piano e il flashback) appaiono come la visualizzazione diretta di alcuni processi mentali (l'attenzione e il ricordo), entrambi si dice siano capaci di sfruttare solo una piccola parte delle loro potenzialità. Cosa significa quindi sfruttare al massimo queste capacità, neuronali o estetiche che siano? Per il protagonista di Limitless significa diventare improvvisamente un genio poliglotta della letteratura e dell'alta finanza. Per il suo regista Neil Burger, significa invece poter utilizzare liberamente e senza vincoli tutti gli effetti più esaltanti e barocchi maturati dall'estetica del videoclip. Dopo aver lavorato con iridi ed effetti seppia per dare una patina da favola d'altri tempi agli illusionismi del mago Eisenheim nella Vienna di fine Ottocento (The Illusionist), stavolta Burger si serve di espedienti tecnici più all'avanguardia, attraverso un impiego ardente e ardito di fisheye, morphing e zoom. E proprio in quella infinita zoomata in avanti dei titoli di testa, con la quale attraversiamo tutta Manhattan come in una mise en abyme, possiamo leggere l'intera configurazione del film. Che altro non è se non una corsa frenetica fra vari generi, una dissolvenza continua fra molteplici suggestioni narrative, sovraccaricate dalle eccitazioni di una sostanza stupefacente.
Ci sono davvero poche barriere non varcate in Limitless (la fantascienza, l'action movie, il thriller), così come molti sono i luoghi tipici dispiegati nell'arco del racconto (la cospirazione politica, la mafia russa, l'alta finanza, la dipendenza dalle droghe). Ognuno di questi input non è tanto finalizzato alla costruzione di una sceneggiatura rigorosa e complessa, quanto a introdurre nuovi stimoli per permettere al “cervello” della macchina da presa di Burger di perseguire un continuo esercizio di stile concitato e galvanizzante. Limitless è perciò, fin dal suo titolo, quasi un manifesto per l'estetica postmoderna, il trionfo di un cinema medio votato principalmente all'esaltazione dei sensi e all'immersione continuativa.
E tuttavia, se il film funziona è proprio in virtù della sua “medietà” esibita. Nella storia di un mediocre scrittore che, grazie a una pillola sintetizzata da un ex-spacciatore, diventa un genio incredibilmente attivo e sagace, possiamo leggere anche il percorso creativo di un film con evidenti falle di sceneggiatura e ambiguità tematiche, che, attraverso un utilizzo brillante degli artifici visivi dell'avanguardia pop, risulta comunque capace di vitalizzare e stupire il suo spettatore, annullando la sua soglia di credenza e la percezione del passare del tempo.




Fonte: http://www.mymovies.it/film/2011/limitless/


Part1: http://www.fileserve.com/file/czhjemB
Part2: http://www.fileserve.com/file/5fd37dZ
Part3: http://www.fileserve.com/file/nShjMmN
Part4: http://www.fileserve.com/file/XR8qQZx